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In questo agosto di fuoco per gli effetti dell’annunciata crisi climatica, contro cui non si fa nulla, per i costi dei carburanti, per le guerre che continuano a colpire innocenti e indifesi, per la situazione orrenda dei migranti abbandonati su una spiaggia o trattati da pacchi postali, per le centinaia di migliaia di inascoltate grida d’aiuto, ci raggiunge una piccola notizia che esprime bene lo spirito dei tempi: dopo 23 anni di spettacoli estivi nel maggiore sacrario germanico in Italia, dove sono seppelliti più di 30.000 giovani soldati tedeschi al confine tra Toscana e Emilia-Romagna, alla compagnia archiviozeta, fondata da Gianluca Guidotti e da Enrica Sangiovanni, è stata recapitata una lettera dall’associazione tedesca che gestisce il cimitero, il Volksbund Deutsche Kriegsgräberfürsorge (https://www.volksbund.de/), letteralmente ‘associazione popolare tedesca per la cura delle sepolture di guerra’,  che chiede la fine delle rappresentazioni in quel luogo. Attualmente, archiviozeta sta rappresentando il Processo di Kafka e con il 23 agosto la sua attività nel cimitero della Futa dovrebbe tacere definitivamente.  La decisione è stata motivata con una richiesta pervenuta da parte di alcuni parenti dei soldati tedeschi sepolti alla Futa.

La Volksbund è un’associazione umanitaria, fondata nel 1919, con lo scopo di cercare e tutelare i corpi e le tombe di milioni di soldati caduti durante la prima guerra mondiale. Con l’appoggio del governo federale tedesco opera in tutto il mondo.  Proprio per questo la richiesta ha dell’inverosimile: però noi, che abbiamo studiato e lavorato a lungo in Germania, che abbiamo scritto sulla storia di questo paese e studiamo la ricezione dell’antichità nella cultura tedesca, non ci meravigliamo. Si tratta di una scheggia di una palese svolta conservatrice della politica e mentalità tedesca e di un pericoloso ritorno al culto della ‘sacralità’ dei valori bellici considerati ‘eroici’. In un cimitero, allora, non si fa ‘spettacolo’. A confortare la decisione del Volksbund pare ci sia persino il consiglio comunale di centrodestra del comune di Firenzuola, nel cui territorio sorge il cimitero.  Ma gli spettacoli di archiviozeta non offendono la memoria di nessuno, anzi la esaltano e la condividono. I luoghi, dove la Compagnia mette in scena i propri lavori, sono luoghi-simboli della storia contemporanea e, spesso, ispirano l’opera da rappresentare: non solo il Cimitero Militare Germanico del Passo della Futa, a cui tra l’altro la compagnia ha dedicato, insieme a  Elena Pirazzoli, una stupenda ricerca storica e iconografica,[1] ma anche Monte Sole,  Sant’Anna di Stazzema e altri luoghi e località della Resistenza, che gravitano intorno alla Linea Gotica. Negli spettacoli di archiviozeta è coinvolta tutta la comunità locale, con un senso di teatro della polis che trova oggi rarissimi esempi, in un mondo di festival, grandi e piccoli, con scopi turistici o economici.

Noi siamo (da sempre) vicini ad archiviozeta e vorremmo impegnarci a far sì che il loro lavoro non sia interrotto. Per gli argomenti che ci sono più vicini, vorremmo ribadire l’importanza di mettere in scena la tragedia greca in luoghi di memoria. E vorremmo rinviare alle parole stesse di archiviozeta, all’articolo che hanno scritto per noi, Teatro di dossi, ebbri, calcinati,  nel terzo fascicolo della nostra rivista (Orestee del XXI secolo, a cura di Raffaella Viccei) e che si può leggere qui: https://www.visionideltragico.it/index.php/rivista/article/view/67. E inoltre ai pensieri che Enrica e Gianluca ci hanno regalato durante il convegno Anthropolis: messa in scena della tragedia greca oggi (traduzione, riscrittura, adattamento, regia), tenutosi a Napoli il 19 giugno 2025, patrocinato dalla Consulta Universitaria del Greco, rispondendo alle domande di Ester Cerbo:

« Nel caso  della Trilogia tragica - composta da I Persiani e Sette contro Tebe di Eschilo e Antigone di Sofocle che ci ha impegnato dal 2003 al 2007 - abbiamo deciso di accostare tre tragedie che avessero una risonanza con il luogo che da oltre vent'anni abitiamo artisticamente: il Cimitero militare germanico del Passo della Futa, tra Firenze e Bologna, sull’Appennino tosco-emiliano. Ci siamo posti il problema di quale potesse essere un percorso morale e politico per poter parlare all'interno di un luogo così difficile, così controverso. Abbiamo cercato delle tragedie che parlassero di morale, di omicidio, di sepoltura, di guerra. Approdo naturale è stato poi la decisione di mettere in scena l’Orestea di Eschilo, dal 2010 al 2013,  l’unica trilogia fortunosamente giunta intatta fino a noi e che, rappresentata nella sua interezza, ci ha portato ad attraversare non soltanto la saga familiare di un genos che aveva bisogno di liberarsi da una scia di sangue grazie all'intervento pseudo-democratico di Atena, ma anche una storia che portava in scena le Erinni. Per noi è stato determinante lavorare a fondo sul significato simbolico della funzione delle Erinni, perseguitare il colpevole, in quel caso Oreste; azione che nel cimitero diventava colossale. Inoltre c’è un altro aspetto inquietante, stavolta linguistico: la parola tedesca che significa Memoria è Erinnerung. Ecco, questa parola evoca e contiene alla radice Erinni. Basta questa parola per comprendere il senso del nostro lavoro ventennale in uno dei più grandi sacrari della seconda guerra mondiale. Questa parola ha avuto una parte fondamentale nelle scelte portate avanti negli anni al Cimitero Futa Pass: i morti - i vinti, i cattivi - morti perché educati male, dalla parte sbagliata, perlopiù tra i 16 e 22 anni - i corpi che popolano questa incredibile opera di land art - sono allo stesso tempo un precipitato di memoria e il nostro onnipresente e silenzioso coro tragico. Con questo coro di persecutori e perseguitati, tutte le volte che varchiamo la soglia del cimitero, dobbiamo fare i conti.»

Parole importanti, tanto più oggi che siamo in piena guerra (la guerra mondiale a pezzi di Papa Francesco) e tanto più in Italia, dove la tragedia greca è per lo più scempiata e strumentalizzata in monumenti archeologici o cosiddetti teatri di pietra che sembrano non di rado parchi gioco con gran spreco di risorse pubbliche. Forse se si spiegasse senza pregiudizi ideologici al direttivo del Volksbund il significato del lavoro di archiviozeta, l’associazione tornerebbe sui suoi passi.  Forse. Ma soffiano venti sinistri.

 

[1] E. Pirazzoli (a cura di), Teatro di Marte. Il Cimitero Militare Germanico del Passo della Futa, Firenzuola 2019. In questo volume si trova una raccolta di fotografie di spettacoli messi qui in scena da archiviozeta (Scatti marziani, pp. 183-284).