Il mistero della morte ha generato, nella storia della letteratura, un genere specifico, paradossale e utopico: il dialogo dei morti.
L’inizio di questo genere si trova nell’ undicesimo canto dell’Odissea, che racconta la discesa di Odisseo nell’Ade, una discesa che inizia con l’incontro emotivamente più struggente, quello con la madre, morta per la nostalgia del figlio. Odisseo parla ad Anticlea, si fa raccontare ciò che è accaduto a Itaca durante la sua assenza, poi cerca di abbracciarla: ma l’ombra svanisce, lieve e impalpabile come fumo. La Nekyia (discesa tra i morti e rito di evocazione dei defunti) di Odisseo, rappresenta l’archetipo e la fonte di ispirazione più o meno dichiarata di tutte le ‘discese nell’aldilà’ della letteratura occidentale. La Nekya omerica non è però solo un racconto misterioso e straniante, ma rappresenta anche un esempio straordinario di metapoesia: il personaggio Odisseo può infatti essere inteso come una controfigura del poeta, che attraverso il confronto con i morti riassume la sua vicenda esistenziale e dunque tutti i racconti poetici di cui è protagonista. Cos’è la poesia se non evocare le assenze, ricordare chi non c’è o non c’è più, interrogarsi sulla morte e su quel che segue il morire?
Ancora nell’Odissea, nell’ultimo libro, si ha una sfilata dei fantasmi dei Proci, i pretendenti di Penelope sterminati da Odisseo al suo ritorno, anime di morti guidate nell’Ade dal dio Ermes, lo psicopompo. Anche in questo episodio il dialogo dei morti è un mezzo per fare poesia, perché i morti raccontano come sono stati uccisi per vendetta da Odisseo dopo il suo ritorno ed è in questi versi che veniamo a conoscere gli splendidi funerali in onore del più forte dei Greci, Achille. Ma per Omero non c’è bisogno di andare nell’oltretomba, nell’Ade (‘invisibile’), per parlare con i morti: nell’Iliade, Achille vede e parla con Patroclo morto, che gli chiede di avere finalmente sepoltura. L’immagine di Patroclo appare così reale e tangibile che anche Achille tenta di abbracciare l’amico, ma l’ombra gli sfugge, come fumo, lasciando uno stridio, una scia sonora. Le anime dei morti, in Omero, sono immaginate come pipistrelli, che si staccano dal buio e al buio ritornano, urlando. Parlando con il fantasma di Patroclo, Achille capisce che anche la sua vita sta giungendo al termine e che, come tutti, diverrà un inconsistente immagine, un ricordo nella mente degli altri, destinato a svanire col tempo.
Già in Omero, l’oltretomba è uno specchio della realtà, dove si tirano le somme del comportamento di ognuno, dove si giudica della bontà e della malvagità ma soprattutto dove tutto si rivela inutile perché, dopo la morte, diventiamo tutti uguali, ossa indistinguibili e resta solo un’eterna nostalgia della luce e della vita – nostalgia di vita, la crudele legge del contrappasso a cui sono sottoposti tutti gli esseri umani sin dal momento in cui nascono.
Ascoltare le voci dei morti è però un gran privilegio che spetta solo al poeta, il quale può superare mondi le cui soglie sono invalicabili e trova le parole per raccontare quei mondi. In Omero, non c’è alcuna tristezza nel descrivere i morti che parlano tra loro e che raccontano la loro vita passata e la loro condizione. C’è anzi una malinconica ironia, uno sguardo smagato ma anche pungente rivolto alla vanità dell’esistenza, c’è infine l’orgoglio della poesia per riuscire a vincere la morte proprio nel momento in cui la morte viene raccontata. Uno scrittore contemporaneo ha detto che il fare letterario è sempre un braccio teso contro la morte, per allontanarla o sconfiggerla.
Di questo sembra consapevole il vero e proprio fondatore del genere del ‘dialogo dei morti’, ossia lo scrittore satirico Luciano di Samosata (II sec. d.C.), che nei suoi sketch ambientati nell’al di là fa la parodia di ricchi, potenti, intellettuali da strapazzo, truffatori, seduttori, costretti a rinunciare a tutto e a spogliarsi di ricchezze e desideri. Così l’Al di là di Luciano è lo specchio del mondo a lui contemporaneo, un mondo in disfacimento, che ha perso punti di riferimento morali, in cui anche i filosofi sono diventati maschere vuote e megafoni roboanti di falsi valori. Un mondo in cui conta solo il guadagno, in cui le fedi sono alibi per nefandezze e crimini; un mondo di abili truffatori che si arricchiscono a spese di una massa ignorante e facilmente malleabile con accorte strategie delle emozioni. Un mondo di pochi potenti e potentissimi schierati contro una pletora di sfruttati, infelici, morti di fame. Attraverso la descrizione delle reazioni di chi si trova catapultato nell’Al di là, Luciano guarda con compiacimento amaro il mondo in crisi dell’Impero romano ormai in una irreversibile decadenza politica, militare, culturale. Un mondo che tanto ha a che vedere con il nostro. E perciò i dialoghi dei morti di Luciano sono attuali, come lo erano nell’epoca della ragione per antonomasia, l’Illuminismo.
Ed è a questo genere che ascrivo i racconti dei e con i morti ne Gli angeli dello sterminio di Giovanni Testori, romanzo splendidamente portato in scena con la regia di Antonio Latella (prima nazionale al Teatro Astra di Torino, 9-18 gennaio 2025).

Anche negli Angeli dello sterminio c’è un alter ego dello scrittore che pretende di farsi cronista dell’apocalisse e dall’apocalisse è risucchiato: perché volendo avidamente sapere dai morti che cosa è successo, perché e come sono morti, diventa lui stesso vittima di una catastrofe totale, ultima, la fine di un’epoca e di una civiltà. La lingua di Testori si arrampica in questo vortice di orrore, nella descrizione di morti violente improvvise, di mutilazioni, di corpi smembrati nelle loro parti interne, nella contemplazione dei dettagli fissati nell’ultimo attimo di vita, dettagli apparentemente insignificanti – come la polvere sul corrimano della scala di un palazzo. Ma pure quella polvere, presagio della polverizzazione di ogni cosa, diventa importante se fissata nell’ultimo atto di vita.
Questo barocco trionfo della morte dell’ultimo Testori non giunge allo spettatore come artificioso: gli angeli dello sterminio che si avventano sulle loro moto di grande cilindrata su una città in attesa della fine non appaiono figure d’invenzione né maschere metaforiche. Sono simboli di una realtà magmatica e violenta che convive con la morte, in cui l’unica utopia superstite è la capacità di raccontare. Ed è quello che il poeta fa, scrivendo, registrando, continuando a scrivere persino quando ormai sa di stare per morire. Scrive con ampi gesti nell’aria – così Francesco Manetti, interprete del cronista-Testori nello spettacolo –; scrive sul vuoto, scrive parole che nessuno potrà mai leggere. Però continua a scrivere, e spera di farlo anche dopo, quando anche del suo corpo non resterà nulla.
L’apocalisse in questo testo arriva lentamente, con lo scempio dei corpi. Quei corpi che diventano cataste di carne indistinguibili, arsi, bruciati, carbonizzati - terribile ascoltare queste parole dopo la strage di Crans Montana; corpi su cui passano gli pneumatici delle moto, irriconoscibili nell’inferno di fumo e fiamme che devasta la città – sì, Milano, piuttosto una Milano città- mondo, di cui gli angeli dello sterminio siamo noi stessi.
Mentre al Teatro Astra di Torino andava in scena il linguaggio travolgente di Testori, tra il fumo dei tubi di scappamento delle Yamaha cavalcate dagli angeli sterminatori, tra le urla stridenti, i volti deformati degli attori, due treni velocissimi in Spagna si scontravano frontalmente e i corpi venivano sbalzati, schiacciati, dilaniati, in un groviglio di carne e lamiere rispetto al quale l’apocalisse descritta di Testori appare dolce come un quadro fiammingo. Mentre sentivamo, nelle parole di Testori, di cervelli spappolati, di violente eccitazioni, di feti gettati nella discarica, proprio in una discarica si scoprivano i resti scempiati di una donna. E mentre gli angeli dello sterminio distribuivano ferite laceranti sui volti e il cielo stesso di un’immaginaria Milano sanguinava, un ragazzo con il casco sul volto sparava a un altro e un poliziotto a una donna ignara. A Crans Montana i camerieri che agitavano le candele rivelatesi incendiarie indossavano dei caschi integrali da motociclista, che ne coprivano i volti bellissimi. Non vogliamo immaginare come saranno apparsi quei volti a chi ha scoperto i corpi.
E così questo viaggio nell’Ade, questi dialoghi dei morti che l’adattamento di Federico Bellini ha saputo sottrarre alla loro frammentarietà per farne un’epica dolente, diventa lo specchio – come nell’Odissea – di un poeta che non ha mai smesso di interrogarsi sul mistero della morte e della fede, che ha saputo penetrare oltre la realtà attraverso un’immaginazione che si fa perennemente realtà, che ha saputo denunciare l’orrore proprio indugiando sull’orrore, senza volgere vigliaccamente lo sguardo altrove.
E dunque questo testo espressionistico e altamente simbolico perde la sua visionarietà per farsi testimonianza e cronaca. Senza lasciarci possibilità di fuga e di salvezza.

Sugli elementi teatrali dello spettacolo vedi la recensione di Raffaella Viccei, Apocalisse a Milano, Fata Morgana Web, https://www.fatamorganaweb.it/gli-angeli-dello-sterminio-regia-di-antonio-latella/@
Credits: https://www.fondazionetpe.it/spettacoli/gli-angeli-dello-sterminio/
Foto @ Andrea Macchia
