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Nelle trincee della Prima guerra mondiale, nel terrore e nell’orrore di vivere sottoterra in attesa della morte, un giovane poeta tedesco che aveva fortemente creduto, come tanti ragazzi della sua generazione, alla guerra come pulizia del mondo e agli ideali nazionalistici, finì per impazzire.

Fu probabilmente la sua salvezza: ricoverato in sanatorio e reputato ormai inadatto a combattere, non tornò più al fronte. In sanatorio riprese anche a scrivere drammi: dalle sue visioni e soprattutto dai suoi incubi venne fuori una spettrale Antigone, che della figura di Sofocle conserva solo il nome e qualche tratto della vicenda mitologica.

L’Antigone primo-novecentesca di Walter Hasenclever, questo il nome del poeta, incarna l’anelito alla pace e la condanna della guerra, si sacrifica per tutti gli uomini come una martire cristiana e continua ad ammonire l’umanità impazzita anche nel giorno del giudizio. Quest’Antigone nata in trincea vive eternamente in un limbo di dolore. È la stessa Antigone eterna in nome della quale Romain Rolland, in quegli anni, scriveva un manifesto pacifista rimasto lettera morta.

Il grido di quest’Antigone si alza potente, ma anche inutile, contro ogni violenza e crudeltà. È un grido che anticipa e sussume tutte le proteste pacifiste del ‘secolo breve’, dalla Prima guerra mondiale al Vietnam ai Balcani all’orrore ultimo di Gaza; un grido che testimonia la necessità di non sprofondare ancora una volta negli abissi della violenza, che si appella alla fratellanza e alla pietà dell’uomo verso l’uomo e la natura.

Ma questa Antigone dolorosa, come la madre Ecuba delle contemporanee Troiane di Franz Werfel, è stata sconfitta dalla storia. Non solo il suo appello per una pace disarmata e disarmante è rimasto inascoltato, anche tutta la sua enorme sofferenza è stata ignorata, una sofferenza indicibile che si è ripetuta e si ripete in ogni guerra, in ogni strage, in ogni corpo ingiustamente spezzato e sepolto da macerie, sprofondato nell’abisso di trincee reali o metaforiche, abbandonato nel cuore della terra.

Proprio dal cuore della terra, dalle ferite al suolo, le ferite senza cicatrice di ogni guerra, si alzano le voci delle Antigoni nella storia umana, a partire da quella di Sofocle, in una delle più intense e significative rivisitazioni del mito e delle sue riscritture che si sono viste in Italia negli ultimi anni: ossia lo spettacolo Definisci Antigone, regia di Carlo Cerciello, che ha avuto poche repliche nella stagione appena trascorsa nel suggestivo Teatro Elicantropo, diretto da un trentennio da Cerciello e Imma Villa, teatro di ricerca e di riflessione[1]. Un teatro che ha dedicato la sua trentesima stagione al popolo palestinese, e che ha voluto far sentire ogni sera di spettacolo alta la sua protesta contro il genocidio.

Teatro, dunque, di rivolta: perché le quattro Antigoni, che attraversano il palcoscenico nero vicinissimo al pubblico, in una condivisione di spazio e di pensieri, hanno in comune la disperata voce che spezza il silenzio degli innocenti. E adesso questa voce parla dei corpi ancora sepolti sotto le macerie di Gaza, parla di quei sudari, a decine di migliaia, di stoffa o di plastica, che sono diventati l’emblema di una distruzione dalla crudeltà efferata e che Paola Caridi ha raccontato in un bellissimo, piccolo libro (Sudari. Elegia per Gaza).

 

E queste Antigoni ancora ci chiedono: chi è che tutela i corpi di coloro che sono stati uccisi in guerra, dispregiati, umiliati, abbandonati come i corpi di oltre ottomila vittime che restano – è notizia dell’altro giorno – sotto le macerie di Gaza? Quale ferocia determina il comportamento degli uomini, per cui il nemico, termine che va preso non solo nella sua accezione bellica, ma in quella più ampia di colui che non riconosco e non accetto, viene torturato, indicibilmente umiliato, mutilato e deprivato, per cui del nemico non si ha alcuna pietà né da vivo né da morto?

Così, tra i testi usati dalle quattro splendide attrici della compagnia del Teatro Elicantropo, c’è l’Antigone di Walter Hasenclaever, ci sono Jean Anouilh e Bertolt Brecht, c’è Sofocle, naturalmente, ma c’è anche il diario del giovane medico palestinese Ezzideen Shehab, rientrato a Gaza per festeggiare la laurea con la sua famiglia nell’orribile ottobre del 2023. L’11 ottobre un attacco aereo israeliano uccise 42 suoi parenti: da quel momento inizia la sua incredibile storia di sopravvivenza e di impegno al servizio del suo popolo. “Ogni giorno mi muovo tra le rovine, ricucendo ferite che il mondo non vedrà mai. E di notte scrivo, perché certe verità non possono rimanere sepolte”.

Definisci Antigone vuol dire: definisci la forza incoercibile degli impotenti, l’eroismo di chi non ha scelta, l’ostinazione dell’ideale, la rivoluzione dei gesti considerati inutili. Definisci Antigone, contro la moderazione di Ismene, ma soprattutto contro, valorosamente contro, caparbiamente contro Creonte, contro il potere, contro tutti i poteri costituiti. Creonte non rappresenta solo la tirannia e la crudeltà smodata dei totalitarismi: Creonte non è solo il mostro che si riaffaccia periodicamente nella storia dell’umanità a contagiare il mondo intero con la strage, la violenza, la tortura. Creonte è anche il piccolo burocrate a cui è data una responsabilità e che la usa per infierire sugli altri che gli sono sottoposti; Creonte è il qualunquista che non vuole prendere posizione e non è capace di porgere la mano per aiutare chi è caduto; Creonte è chi si lamenta del peso dei propri doveri e li svolge solo per appagare i propri interessi; Creonte è chi approfitta delle altrui fragilità, Creonte è il leader democratico che non ammette opposizione, chi sbatte la porta in faccia a chi gli chiede sostegno, chi si volta dall’altra parte perché non vuole essere disturbato. Creonte è chiunque si diverta ad umiliare gli altri, chi non intende ragione, chi si sente più furbo o intelligente o intoccabile, chi si crogiola nel proprio benessere. Definiamo Creonte, una volta per tutte, evitando di trovare giustificazioni giuridiche o morali all’esercizio narcisistico del potere, di ogni potere, dal più insignificante e illusorio al potere che purtroppo può sconvolgere gli equilibri della grande storia.

La performance delle attrici del Teatro Elicantropo ci coinvolge soprattutto perché ci accusa: come si può restare fermi e silenti in questo mondo? Così la polvere di Antigone, quella che qui alza la bravissima Cecilia Lupoli scavando a nude mani nella terra dove vuole seppellire il fratello, ci sporca e sporca il mondo di sepolcri imbiancati, polvere di bombardamenti e di macerie, polvere metaforica di una coscienza annebbiata, polvere che finisce con il confonderci e l’accecarci. Ma noi, noi dobbiamo dire, noi dobbiamo fare, noi dobbiamo prendere posizione.

Molte volte, in questa Webzine, abbiamo ricordato l’importanza del corpo e la sua misura di valore che consiste nell’amore; molte volte, qui, abbiamo riflettuto su Antigone e altre tragedie greche come corpi in scena e testi di confronto vivo sul significato stesso di essere umano e come spazi per interrogarsi sulla forza, quel meccanismo che tutto muove e schiaccia, e si fa beffe di ogni fragilità; molte volte abbiamo ricordato che Antigone può essere anche letta come la tragedia fondativa dell’ambiguità del progresso umano e dell’uomo stesso, meraviglioso e tremendo, inquietante e mostruoso insieme. Al Teatro Elicantropo di Napoli, in un luogo di memoria che ci rammenta anche come il teatro non sia una vetrina illuminata di merce effimera, abbiamo visto realizzati sulla scena questi contenuti.

Ci auguriamo che Definisci Antigone possa essere portata in molti altri teatri e scuole e università e che gli spettatori possano condividere la maestria di Imma Villa nel rendere con sfumature ironiche l’indifferenza di Creonte e dei Creonti,  tronfi nel rosso dei loro mantelli e nello scintillio delle loro corone, vigliacchi e nascosti dietro maschere bianche tutte uguali; e la sovrana noncuranza di Serena Mazzei, a cui tocca il ruolo della sorella opaca, come se bastasse un giro di pelle al collo a giustificare il distacco piccolo-borghese dai problemi del mondo; e infine il conformismo del coro e della guardia, personaggi che Mariachiara Falcone rende senza enfasi e retorica, indossando un abito verde militare.   

Le immagini, anche quelle proiettate in video nello spettacolo, si sovrappongono nella nostra mente, come le parole che dobbiamo ricordare, come le musiche e le canzoni che dobbiamo cantare e i gesti che dobbiamo compiere. Lo spettacolo diretto da Cerciello si chiude con Antigone messa in croce, mentre si alza il canto straziante di una ninna nanna palestinese (Yamma Mweel El Hawa) che Brian Eno ha arrangiato musicalmente e Peter Gabriel nel testo, realizzandone una versione insieme altri artisti per raccogliere fondi per la campagna Together for Palestine, a sostegno dei bambini e delle famiglie palestinesi (https://www.youtube.com/watch?v=EN4jNV0p2tk)

Yamma mweyl el hawa
Yamma mweyl-eya

Oh, canta per me, mamma,
mamma, canta al vento.

Vorrei che le mie ossa potessero formare un ponte
e portarti dall’altra parte.
Vorrei che le mie ossa potessero formare un ponte
verso la nostra casa, la nostra patria, il nostro orgoglio.

Yamma mweyl el hawa
Yamma mweyl-eya

Oh, canta per me, mamma,
mamma, canta al vento.

Oh, canta al vento, mamma,
oh, mamma, canta la mia canzone.
È forse meglio morire nella libertà
che vivere prigionieri in catene?

 

Forse è meglio morire nella libertà, che vivere prigionieri in catene.

 

https://togetherforpalestine.bandcamp.com/album/lullaby

https://www.youtube.com/watch?v=G957oaAZwhc&t=5s

 

 

Si è cercato di prendere posizione, ancora una volta usando le parole dell’Antigone di Walter Hasenclever, in una performance breve ma emotivamente intensa, a Cagliari, grazie ad Agata Mou, giovanissima attrice di un coraggioso e vivace gruppo teatrale, Cada die teatro, che abbiamo conosciuto ai tempi del Covid in una originale Tik Tok Antigone (https://www.visionideltragico.it/blog/contributi/tiktok-antigone).

L’interpretazione di Agata Mou, e gli interventi che l’hanno accompagnata, grazie al lavoro della Scuola di cultura politica Francesco Cocco che riflette sulle parole ma non si limita alle parole, si possono rivedere qui: youtube.com/watch?v=Qb6Y_Y66N6k&feature=youtu.be

 

 

[1] Ne abbiamo parlato anche qui: https://www.visionideltragico.it/blog/contributi/cosa-resta-di-cassandra